2006: La fine degli scacchi
di Pierre Blanc

 

Non erano passati neanche 10 anni da quando Deep Blue, il supercomputer IBM, aveva battuto facilmente Garry Kasparov, il dominatore della scena scacchistica mondiale degli anni '90. Si era fatto un gran parlare allora di questa notizia: da più parti giungevano voci eccitate, il computer aveva superato l'uomo, la macchina conquistava anche l'ultimo primato che ci era rimasto.

Ma noi scacchisti non avevamo dato troppa importanza al caso: forse ci aveva più impressionato quella incredibile Caro-Kann, quel Kasparov irriconoscibile, che non il gioco pulito e logico del computer, o quel secco 3.5 a 2.5 che segnava la sconfitta dell'uomo.

In fondo noi erano anni che si perdeva regolarmente con il PC di casa, senza attribuirgli per questo un'intelligenza superiore alla nostra. Ma quel maledetto giorno del 2006 fu un colpo molto più duro per il nostro gioco.

Quel giorno secoli di combinazioni, di sacrifici, di manovre, furono calcolati interamente da una sola macchina. L'accresciuta potenza dei processori, unita alle recenti scoperte computazionali, avevano permesso a un programma di calcolare fino in fondo tutte le varianti. Tutte. La teoria delle aperture inghiottì in pochi giorni il medio gioco, fino a spingersi al finale. La variante principale dell'apertura Spagnola si concluse con una patta teorica all' 83 mossa.

Era finita: ogni remoto recesso dell'enorme, ma non infinito, spazio delle possibilità, era stato sondato, valutato e giudicato. Non più novità teoriche, non più aperture eccentriche, solo esatta teoria. Niente più da analizzare, solo interrogare la macchina: impostare posizione, leggere continuazione. A ogni dubbio, il suo chiarimento. A ogni domanda la sua risposta.

La fine.

Negli ultimi anni quelli di noi che si interessavano di informatica avevano prima prospettato la possibilità che questo accadesse, poi l'idea che ormai fosse solo questione di tempo. Noi non ci avevamo voluto credere, cercavamo inconsciamente di non pensarci.

Ma adesso non ci potevamo credere. E invece era successo.

La fine degli scacchi non fu immediata. Le federazioni, i circoli non si sciolsero.

Ma i professionisti furono i primi a cadere. Le patte, già prima abbondanti, arrivarono a concludere il 99% degli incontri ufficiali. Il gioco si era ridotto a una semplice questione di memorizzazione, nessuno calcolava più le varianti. Bastava riuscire a costruirsi un repertorio un po' più ampio, arrivando fino alla 25-30esima mossa, e per un Grande Maestro qualsiasi non era difficile proseguire da una posizione limpida verso un finale inevitabilmente patto, visto che anche l'avversario conosceva la teoria. Si trattava solo di scegliere il sentiero attraverso quello che prima era un labirinto, avendo la mappa dettagliata a disposizione. Il calcolo si continuava a fare solo in quelle situazioni che per un professionista erano ordinaria amministrazione, tutto il resto veniva imparato a memoria dalla super-teoria.

Gli effetti furono disastrosi sulle competizioni. Un ragazzo prodigio di 12 anni, dopo aver in un anno imparato a giocare, raggiunto i 2700 elo, e pareggiato un match con il campione del mondo, si ritirò, dichiarando che ormai gli scacchi non avevano più niente da dargli.

E noi?

Certo non smettemmo tutti da un giorno all'altro, ci provammo a continuare. Quasi tutti si rifiutarono per principio di memorizzare tutte le varianti del proprio repertorio, ma qualcuno lo fece. Li chiamavamo ironicamente i 'savant'. Ma ogni volta che perdevamo con un savant ci chiedevamo perché ci ostinassimo a giocare ancora. Finché, a poco a poco, capimmo che se la macchina ci aveva tolto il gusto della partita seria, dell'analisi, non avrebbe potuto toglierci l'aspetto più umano del gioco: il divertimento.

All'inizio lo notammo osservando i più anziani al circolo: sembrava che per loro non fosse cambiato niente, ed era così. Rimanevano seduti ai loro tavoli, continuando a fare le stesse cappelle e a divertirsi sfottendosi a vicenda come avevano sempre fatto.

E chi se ne frega se le loro conoscenze teoriche erano rimaste al matto del Barbiere.

Loro si divertivano come bambini.

Loro non memorizzavano, eppure giocavano, come avevano sempre fatto, e come avremmo continuato a fare ancora.

 

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