Capitolo secondo.

Luigi Blanc: prima fabbrica nazionale di mole francesi.

 

 

1. L’importanza della ditta Blanc.

 

L’obiettivo di questo lavoro è stato quello di ricostruire la storia, sia produttiva che architettonica, dei mulini da grano. A questo proposito si è rivelato utile il già citato metodo di analisi proposto da Morelli, che ha permesso di mettere in cantiere un vero e proprio progetto di conoscenza. A causa delle scarse fonti scritte, è stato indispensabile analizzare gli apparati tecnologici alla ricerca degli indizi utili alla ricostruzione del suo passato.

Partendo da questi presupposti si è giunti a considerare di notevole importanza il ritrovamento, all’interno del mulino di Carassone, di un marchio di fabbrica che riporta l’iscrizione prima fabbrica nazionale di mole francesi, premiata con medaglie d’argento, di Luigi Blanc Via dei Fiori 32 Corso Valentino Torino (foto 1.), posto su una macina dismessa ma ancora in sito. La presenza di una macina di tale fattura, collegata ad un precedente ritrovamento dello stesso tipo nel mulino di Villafalletto, d’impianto settecentesco, in cui compare la scritta Premiata fabbrica di macine francesi Torino, recante data 1877 (foto 2.), ha portato a formulare una serie di ipotesi sui cambiamenti, o meglio sui “non cambiamenti” avvenuti alla fine dell’Ottocento nel campo della attività molitoria.

Macina di Carassone

Infatti, da alcune ricerche è emerso che, nel periodo in cui si registra la nascita di una produzione di macine industriali in sostituzione di quelle artigianali, Luigi Blanc fu il primo in Italia che producesse mole francesi. Questo dato diventa interessante se si pensa che in quegli anni si stava verificando la cosiddetta “Rivoluzione Industriale”, indicata da tutti come un trasformazione radicale del modo di produzione. Più in particolare a Torino,

nel 1899 nasce la FIAT, accanto al quale si sviluppano presto tutta una serie di fabbriche sussidiarie della sua produzione; ed è proprio in questo clima che si fa strada la fabbrica di mole francesi, attivando la produzione industriale di un prodotto al servizio di una produzione che aveva ancora caratteristiche artigianale.

A tutto ciò si riferisce il trasferimento della Ditta Blanc dalla Francia all’Italia, alla fine dell’Ottocento, che è sintomo della crescita di una domanda del mercato legato alla molitura tradizionale, che continuava a sfruttare il sistema a bassa macinazione, apportando però ai propri impianti tutti i miglioramenti possibili, come l’uso di macine di qualità superiore.

Concentrando la ricerca sul territorio, delimitato dall’ottocentesco arrondissement de Mondovì, e l’attenzione sui marchi di fabbrica e sul tipo di pietra utilizzato per le macine, si è riscontrato che l’area di mercato coperta dalla ditta Blanc era più estesa di quanto si pensasse (foto 3).

Talvolta la ricerca degli indizi è apparsa piuttosto complessa per i problemi che comporta il sollevamento della tramoggia per ispezionare i palmenti coperti dall’areschio, come è capitato per il mulino Viola di Torre Mondovì, che pare macini ancora con mole Blanc e per il mulino Taricco di Bastia, dove si trovano ancora in sito ed in attività due macine in pietra di La Fertè-sous-Jouarre. In altri casi, in cui le macine sono state smantellate, ci si è affidate alla memoria dei mugnai, come accade per le mole del mulino Bongiovanni di Pogliola, quelle dei mulini di Cherasco e Gabutti di Carrù, i cui proprietari ricordano il marchio Blanc posto sulle pietre per la macinazione, anche se non sono stati identificati direttamente i reperti.

Anche nell’attività molitoria, alla fine dell’Ottocento, si registra un incremento tale da giustificare l’introduzione del sistema a cilindri nei primi mulini industriali, ma si tratta più di casi sporadici che di innovazioni, come quelli dei mulini di Collegno e di Settimo Torinese.

Durante l’Esposizione Nazionale del 1884, per la Classe XI, Farine e derivati, si nomina il mulino di Brandizzo come il primo che abbia introdotto in Piemonte, e, credo, in Italia, la macinazione a cilindri (sistema “Naquet et Kemp”).4 Sempre nella stessa occasione si dichiara che l’industria della macinazione dei cereali in Italia ha fatto in questi ultimi tempi passi giganteschi.5 Si presume che proprio in questo periodo la fabbrica Blanc partecipi ad alcune Esposizioni nazionali, tra cui quella del 1884, durante le quali viene premiato con medaglie d’argento, come specifica l’iscrizione ritrovata sulla macina prima fabbrica nazionale di mole francesi, premiata con medaglie d’argento. A partire dalla constatazione che la fabbrica viene fondata nel 1855 e cambia ragione sociale nel 1896, si può supporre che la macina ritrovata sia stata confezionata nell’arco di questi quarant’anni.

Inoltre all’inizio del Novecento, quando la ditta passa nelle mani del figlio, Augusto Blanc, la sua produzione aumenta ulteriormente, fornendo anche ai piccoli mugnai la possibilità di affiancare alla bassa l’alta macinazione. Infatti, oggi si ritrovano laminatoi, macine, tarare e altri macchinari, marchiati Blanc, sia nei mulini tradizionali che in quelli industriali, testimoni del fatto che il metodo di macinazione, interamente meccanizzato, non sostituisce quello tradizionale, ma gli si affianca, convivendo nello stesso edificio. In particolar modo nella zona del cuneese si è fatto un largo uso della produzione che faceva capo alla ditta Blanc.

Nel loro insieme gli indizi raccolti evidenziano la grande vitalità della molitura tradizionale tra la fine dell’Ottocento ed il Novecento e la persistenza su vasto territorio di un sistema produttivo che smentisce il concetto di Rivoluzione industriale.

2. Le pietre di La Ferté-sous-Jouarre.

 

Le mole francesi erano considerate di fattura pregiata, poiché nessuna pietra, per la costruzione delle macine, era paragonabile a quelle che si estraevano dalle cave di La Fertè-sous-Jouarre e di Eperon, nei pressi di Parigi. Le pietre per la fabbricazione delle mole devono avere particolari caratteristiche a seconda del materiale da ridurre in polvere, non devono essere troppo “piene” di sostanza molle, altrimenti si scaldano subito e lavorano poco, neanche “aperte”, cioè con pochi buchi, quasi lisce, perché non macinano a dovere consumandosi in fretta. Le macine migliori sono abbastanza piene senza esserlo troppo, di natura soda e tagliente, con pori fini e regolari, spigolati, taglienti, che mordono i grani senza scaldarli: producono farine con più corpo, puliscono meglio la crusca e non provocano scarti.2

La più usata fra le pietre aventi tali caratteristiche era sicuramente la Pietra Silicea, anche detta Selce Molare per l’impiego che se ne fa dopo il 1760, che si presenta in ammassi irregolari di banchi argillosi in terreni dell’era Terziaria, di colore biancastro, con variazioni sul grigio, azzurro, rosa, giallo, non si sgretola durante la macinazione e può essere facilmente ripristinata con l’uso di un martello.3 La Selce Molare possiede una naturale porosità e la capacità di autorinnovarsi, mantenendo gli orli taglienti, durante il suo lavoro di molitura, con il risultato di conservare più a lungo le superfici macinanti con la massima efficienza di lavoro.

Le più importanti cave di Selce Molare si trovano nel dipartimento della Senna in Francia, per l’appunto a La Fertè-sous-Jouarre (foto 1.), i cui giacimenti fornivano blocchi, o conci, pronti per la confezione di macine all’estero.

Bisogna fare una distinzione fra le macine che provengono propriamente da La Fertè, le vere macine di La Fertè-sous-Jouarre, e le macine costruite in altri paesi con le pietre provenienti da La Fertè, denominate macine di pietra La Fertè.

Le fabbriche di macine in Francia usavano tenere grandi scorte di pietre di quarzo d’acqua dolce pronte all’uso, che venivano divise a seconda della provenienza, della porosità e della durezza. La cura con la quale tali pietre venivano selezionate era garanzia dell’ottima qualità e delle buone prestazioni del prodotto. Se un pezzo presentava qualche imperfezione veniva immediatamente scartato in modo da ottenere un’omogeneità perfetta della pietra. Infatti, se si osservano attentamente queste macine si può notare che i pezzi di pietra di cui sono composte sono relativamente piccoli e che la parte utile è di spessore molto minore rispetto ad una macina qualsiasi. Questo metodo di lavorazione offre il vantaggio di avere un prodotto di durezza e qualità uniforme in tutte le sue parti, a tutela del rendimento e della durata della macina.

Il “grande magazzino” delle cave di La Fertè permetteva, inoltre, di poter scegliere la pietra più adatta alle diverse macinazioni. Così per la bassa macinazione di grano tenero umido e sottile conviene servirsi di pietre dure e porose e non chiuse, la cui combinazione produce l’effetto di tante lamette taglienti, senza riscaldare la pietra e snervare i prodotti.

Per la lavorazione del grano duro, secco, conviene servirsi di macine più chiuse e con pori più fini. Questa qualità di grano permette che si lavori con una data pressione senza incorrere nel pericolo che il prodotto si riscaldi in modo dannoso.

La pietra più usata per le lavorazioni che veniva effettuate in Italia era la cosiddetta pietra La Fertè, più conosciuta come “macina francese”, composta da pietre di La Fertè ma costruita in Italia. Questa macina, secondo il Madureri, pur se curata con grande precisione, non raggiungeva l’omogeneità di quella costruita a La Fertè stesso. 1
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1.

La Ferté-sous-Jouarre (tratto da: Enciclopedia Treccani, 1974).

NOTE:

 

1.     Le informazioni sono state prese da: EZIO MADURERI, Storia della macinazione, volume I, tecnologia della macinazione, Pinerolo, Chiriotti Editori s.p.a., 1995.

 


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